La Spadarina
“L'opera figurativa è destinata a parlare da sé. Al contrario di ciò che deriva dall'informale, che deve essere motivato e declinato perché se ne possa comprendere l'essenza, non ha bisogno di mediazione.
L'autore potrà spiegare quale tecnica ha usato -ma anche questo può essere facilmente rilevabile- o, al limite, confessare quale motivo lo abbia spinto a rappresentare una certa cosa anziché un'altra. Il resto, se ci sarà, spetterà a critici, promotori culturali e saggisti, certo utile, ma non necessario per la comprensione di ciò che si sta guardando.
Tuttavia il figurativo si offre a interpretazioni molteplici, sia a causa della sensibilità individuale degli autori, sia per le loro effettive abilità tecniche.
Guardando le opere di Terdich, siano esse policrome o in bianco e nero, si capisce a quali livelli possa arrivare la rappresentazione del reale, e quali implicazioni possano essere contenute in un risultato finale che una catalogazione sommaria potrebbe definire iper-realista.
Terdich "ha la mano", e che mano; ma non solo. Le sue capacità tecniche sono notevoli, e vengono associate a pulsioni espressive fra le più varie, tutte comunque nell'ambito di una raffigurazione limpida che richiama la definizione e il micro-contrasto degli obiettivi fotografici.
Va detto che non si tratta di doti esclusive: chi pratica il mondo artistico ha incontrato moltitudini di iper-realisti iper-tecnici. Terdich, però, si distingue per una componente che porta oltre la sia pure sapiente riproduzione del reale, cioè l'inquietudine espressiva.
E' un'inquietudine che non traspare dalle cristalline nature morte, o dai pure strabilianti ritratti, o dai coloratissimi paesaggi. L'inquietudine intellettuale di Terdich irrompe da due serie di opere differenti, eppure in fondo complementari.
La prima è quella che comprende ciò che da sempre è stato il più aspro campo di battaglia degli artisti figurativi, cioè la riproduzione della mano.
Per banale che possa sembrare, per i pittori di tutte le epoche la mano ha costituito l'oggetto più arduo da raffigurare. Occorre farci caso: in opere caratterizzate da visi perfetti e corpi o abiti dalla nitidezza assoluta, le mani, appartengano a un dipinto rinascimentale o a un ritratto ottocentesco, appaiono spesso sfumate, avvolte in una sorta di nebbia figlia dei limiti del sole della tecnica.
Le mani disegnate da Terdich sono invece eccezionali. Parlano. Raccontano. Vivono vita autonoma, e sembrano essere raffigurazioni dell' anima.
La seconda serie di opere dalla quale emerge la creatività di un autore che ha troppo talento per restare schiavo della propria tecnica è quella degli "acquatici", dipinti dal gusto modernissimo e dalla realizzazione complessa, "americani" se appena fossero di quelle generose dimensioni che usano gli artisti d'oltre oceano, con i soggetti che frantumano il cristallo dell'acqua in riflessi scomposti che scompongono i corpi che li hanno generati. Opere vive, e ciò con buona pace di chi oggi spocchiosamente si fa un punto d'onore nel guardare con sufficienza gli artisti figurativi, e con diffidenza gli iper-realisti.
Può essere questa la sintesi di un pittore che ha davanti a sé possibilità di grande rilievo, e probabilmente anche il puntiglio di metterle al servizio del proprio desiderio di esprimersi”.
Giovanni Chiara (scrittore, critico d’arte e artista)

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