La Spadarina
di Franco Negri
DOMENICO SPAMPINATO
• “l’arte come vero messaggio di vita e missione educatrice dello spirito”

“L’arte contemporanea, sottoposta al confronto e alla competizione con i mezzi di riproduzione meccanica dell’immagine, ha accettato la sfida ed ha evitato, dall’impressionismo fino alle avanguardie, il confinamento dell’artista nello spazio platonico di una contemplazione distante dalle cose”. Questo concetto, espresso in modo sintetico dal critico d’arte Achille Bonito Oliva a proposito dei Grandi del Novecento, ben si applica all’artista Domenico Spampinato, scultore novantenne, per il quale non è mai esistita la scissione tra arte e vita. La sua è un’intensa avventura creativa, è il bisogno di toccare la vita con gli strumenti dell’arte: una testimonianza della coerenza di un modo di sentire e di essere.
Gli facciamo visita nella sua casa di Busto Arsizio e assieme alla moglie ed ai famigliari ci accompagna nel suo laboratorio. Lo ascoltiamo, assecondando i suoi ritmi nel muoversi e nel parlare, ammirando un novantenne carico di affascinante esperienza.
E’ il maggiore di sei fratelli, cresciuto nell’ambiente catanese dell’epoca dove la povertà è naturale compagna di molte famiglie tra cui la sua, assolutamente restia a scendere a compromessi. Dimostra fin da bambino una notevole sete di conoscenza per tutto quello che riguarda l’arte dello scolpire e del disegnare. Autodidatta nei suoi studi, attinge dai grandi del passato le tecniche fondamentali e perfeziona a ‘bottega’ le sue capacità: viene infatti molto presto portato dal padre nel laboratorio del nonno marmista che, consapevole delle capacità del nipote, lo presenta agli amici mostrando i suoi disegni. Questo episodio, raccontato con emozione dalla figlia Antonietta ci è confermato dall’artista stesso che prosegue rivelandoci il momento in cui è scoccata la scintilla dell’amore alla scultura: “Ho cominciato con il “Corriere dei piccoli” (giornalino che ha accompagnato l’educazione di tante generazioni di italiani) dove avevo visto un bassorilievo che Michelangelo aveva fatto a 13 anni e volevo imitarlo”.
A 15 anni, dunque, realizza la sua prima opera (1935), un piccolo capolavoro, il “Putto” in marmo, alto cm. 65. L’ambiente prevalentemente analfabeta in cui vive non gli facilita comunque un apprendimento culturale e artistico, ma le sue innate capacità e le sue fortissime motivazioni gli consentono di superare tante difficoltà; la voglia di applicarsi, di leggere, di informarsi, di studiare, di socializzare gli rimarranno per tutta la vita. Comincia così a guadagnarsi da vivere creando piccole statue, è di sostegno alla famiglia ed ai fratelli tutti più piccoli.
Nel frattempo viene individuato come giovane talento e selezionato dalla Regione Sicilia per partecipare nel 1940 a Bologna alla finale dei “Littoriali”, dove tuttavia non ritira il 2° premio ottenuto, rivelandosi già in quell’occasione persona schiva e poco incline ad ‘apparire’.
Conosce i conterranei scultori Emilio Greco e Francesco Messina, di appena qualche anno più anziani, con cui, diventato amico, condivide i nuovi orientamenti artistici.
“Sono partito poi per il servizio militare - ci rivela lo scultore - e dall’Albania sono ritornato con un mio commilitone, di Biancavilla di Catania (situato alle falde dell’Etna), gli unici due sopravvissuti della nostra Compagnia, dopo cinque giorni di fame, tenendoci svegli con massaggi reciproci per non congelare”. “Poi mi hanno mandato sul fronte francese e poi a Turbigo a presidiare il ponte sul Ticino nel 1943”.
Proprio durante la guerra esegue un’opera (carboncino, cm 220x280) dal titolo “Umana perversione”: essa viene esposta (1944) al Broletto di Novara e pubblicata a livello nazionale sui giornali dell’epoca, ottenendo un premio che tuttavia Spampinato non ritira. Di tale opera l’artista conserva una grande copia fotografica nel suo studio. Come ci dice l’Autore, “é un disegno in stile dantesco che illustra gli orrori della guerra che negli stessi anni stavo vivendo in prima persona”. Ci viene spontanea una considerazione: non appare irriverente verso altri artisti (Goya, Picasso) rammentare che quest’opera, vista la bellezza, la potenza espressiva e la motivazione, rappresenta un emblema del nostro tempo, dell’epoca contemporanea e non solo, che non può non richiamare altre grandi e famose opere della storia dell’arte, come “Il 3 maggio 1808 a Madrid” e “Guernica”, realizzate con analoghe motivazioni ed altrettanta intensità.
Ritornerà, a guerra ultimata, nella zona del novarese: a Ponte Vecchio di Magenta conosce la futura moglie Giovanna, e lì si stabilisce, sostenendo economicamente nel contempo la famiglia d’origine. Nel milanese intanto ferve il lavoro di ristrutturazione e reintegrazione dei maggiori monumenti, a cui Spampinato partecipa restaurando alcune delle statue danneggiate del duomo di Milano e della Chiesa milanese di San Fedele. La sua attività viene conosciuta ed inizia allora un lungo periodo di lavori su commissione. Realizza moltissime statue in marmo per chiese, piazze e privati e partecipa ad esposizioni e concorsi dove ottiene sempre ottimi riconoscimenti. La sua è un’intensa avventura creativa, quasi una osmosi tra arte e vita, come abbiamo accennato all’inizio. Ciò si evidenzia in tutte le manifestazioni dell’agire: la creazione di una scuola d’arte a Ponte Vecchio, dedicata a coltivare musica e teatro, l’iniziativa di acculturamento a partire dalla lingua italiana, in un ambiente contadino in cui solo il dialetto era l’idioma conosciuto, la realizzazione di scenografie teatrali e la scuola di recitazione e di regia: tutto ciò testimonia lo spirito dell’ ‘uomo’ Spampinato, della sua carica interiore, della sua opera sociale oltre che di quella artistica.
Da Ponte Vecchio di Magenta a Busto Arsizio nel 1959: qui apre, dopo dieci anni, il nuovo atelier ‘sotto casa’, una casa costruita “con le sue mani”: “ho fatto il progetto e anche il muratore, praticamente tutto”, afferma con comprensibile orgoglio, interrompendo così anni di spostamenti giornalieri in bicicletta verso la località di maggior committenza di sculture, come quella realizzata e posta nei giardini pubblici di Magenta, dedicata “Al Donatore di sangue”.
Diventa membro e corrispondente di varie accademie e istituzioni culturali, tra le quali l’Accademia Tiberina, l’International Burckhard Akademik, l’Accademia dei 500.
Nel 1979 partecipa con due opere alla “III Mostra d’Arte Sacra” di Cracovia, manifestazione internazionale che si svolge in onore della visita di papa Giovanni Paolo II e che lo vede protagonista col suo “Miscredente”, un marmo del 1941: “L’avevo realizzato in tre giorni, a Catania, durante una licenza di guerra e avevo negli occhi le sofferenze della guerra, quelle fisiche e soprattutto quelle morali, di gente attorno a me provata dal destino, dalla sfiducia … e - aggiunge Spampinato con un senso di rimpianto e amarezza - da Cracovia non me l’hanno più restituita, nonostante l’ottenimento del premio speciale e il 1° premio di scultura”. Alla domanda del motivo per cui non l’ha in seguito rifatta ribatte: “Quell’espressione sul volto del “Miscredente” non è ripetibile, le mie opere sono uniche, come il sentimento che le suggerisce e sono il segno di un momento particolare della mia vita!”.
Un pensiero forte, che fa a pugni con la mentalità mercantile di tanti scultori, famosi e non famosi, che moltiplicano le copie delle loro opere.
L’episodio di Cracovia fa segnare il passo per molti anni alle esposizioni del Maestro, non più disposto a mostrare se stesso e le sue opere.
Nei primi anni 2000 il Comune di Tradate, e in particolare l’allora sindaco Candiani, cultore di storia e tradizioni, commissiona, interpellando Giancarlo Oldrini, genero del Maestro, il tondo in bronzo “Ettore Viganò”: l’opera commemora l’uomo politico tradatese, nominato vice governatore dell'Eritrea nel 1897 e senatore del Regno d’Italia nel 1906. Essa viene collocata all’ingresso del Palazzo Comunale.
In quegli stessi anni Spampinato realizza la grande scultura “Discesa dal Golgota”, un bronzo alto cm. 190, definita da alcuni la nuova “Pietà”.
La visita del laboratorio volge al termine. Abbiamo il tempo di soffermarci ancora su qualche opera, sculture o significativi bassorilievi. La qualità artistica e il profilo umano sono già emersi in tutta chiarezza, ma alcune domande vogliamo proporgliele, senza tuttavia abusare troppo del tempo che il Maestro ci concede.
“Come vede i ragazzi d’oggi e quale messaggio propone loro?”: “Trovo che è molto più difficile oggi per i ragazzi, nonostante non conoscano la povertà di tanti anni fa, perché oggi ci sono troppe contraddizioni e loro sono le prime vittime”.
“Quanto conta l’amore nella vita per una persona?”: “L’amore è una cosa stupenda, una cosa spontanea che deve sorgere dentro di noi, non si può raccontare e non si può inventare, si deve seguire …”.
“Qual’è il suo rapporto con la fede, con Dio?”: “Io ho lavorato moltissimo e il 60 per cento di quello che ho fatto è stato per opere di carattere religioso, per la religione cristiana, fatto con convinzione. Ho superato i pericoli della vita rivolgendomi a Dio e quindi poi diventa spontaneo continuare a credere”.
“Che cos’è la dignità dell’uomo, quanto vale un uomo onesto?”: “La dignità non è quella detta, quella proclamata, ma quella che si dimostra con l’agire. Quanto vale un uomo onesto? Tutto! “
“E l’onore?”: “E’ qualcosa che si ha dentro, è il rispetto verso l’uomo, o si ha o non si ha”.
Maestro, possiamo concludere citando, condividendo, una frase del suo amico scultore Manzù: “Io lavoro perché mi è una necessità indispensabile all’anima. Per il resto, se vi è qualcosa da dire, penseranno i miei disegni e le mie sculture”.
Franco Negri

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